Moto è vita

La Grotta dei Morti

on 29.05.2015

di Lodovico Mertl

(Trascrizione dell’articolo apparso su “Il Tourista” dell’11 Ottobre 1894. La collezione de “Il Tourista” è conservata presso il Civico museo di storia naturale Ferdinando Massimiliano di Trieste)

 

Addì 13 Maggio a. c. Domenica di Pentecoste avevamo, sotto la direzione del consocio sig. L. Petritsch, esplorato quasi la metà di questa profonda fovea. Eravamo cioè giunti a 115 metri di profondità, allorchè l’ora tarda ci fece sospendere il lavoro sotterraneo che aveva durato indefesso dalle 8 ant. alle 1 ½ pom. Il ritiro degli attrezzi ci costò 3½ ore di penosissimo lavoro; alle 5 pom. eravamo fuori del pozzo e caricati gli attrezzi sulle carriuole, li trasportammo al deposito di Padrich.

Era nostra intenzione di continuare l’esplorazione qualche settimana più tardi allorchè ci giunse la notizia, che l’ingresso della fovea venne chiuso per mezzo d’una grossissima pietra. Prese le debite informazioni e saputo che la grotta appartiene al nostro Comune, decidemmo d’attendere preparandoci alla finale esplorazione dopo ottenuto il permesso dall’inclito Magistrato Civico. Parecchi dei nostri soci dovevano usufruire nella seconda metà del mese d’Agosto di qualche settimana di ferie; si giudicò quindi quella l’occasione favorevole e si fece regolare domanda all’inclito Magistrato Civico addì 4 Agosto p. p.

Già allora tutto era pronto fuorchè il telefono, chè causa disparate opinioni non si sapeva di qual sistema preferire.

Addì 19 Agosto p.p. in seguito a conchiuso delegatizio del 16 Agosto l’inclito Magistrato Civico concedeva al nostro Club il permesso di esplorare “nella grotta dei morti nel Monte Spaccato a condizione però che gli eventuali lavori vengano eseguiti verso osservanza delle cautele corrispondenti al caso, sotto la direzione di persone approvate in arte da insinuarsi in via breve al civico Ufficio edile.”

Riservandoci di rettificare in seguito l’erronea denominazione della situazione della grotta, decidemmo il trasporto col carro-deposito dei materiali da Prosecco a Trebich e i soci Fischer e F. Mertl lo eseguirono.

Intanto il vicepresidente, accompagnato dal consocio l’on. sig. Dollenz, consigliere municipale, si recava dal direttore dell’ufficio edile Dr. Boara e dall’assessore Dr. Pimpach, per avere delucidazioni circa alla condizione imposta dall’inclita Delegazione municipale.

Ottenutele il giorno dopo s’insinuava la persona approvata in arte e l’inclito Magistrato chiedeva si fissi un’epoca, al che si corrispose all’indomani.

Cinque consoci si sobbarcarono al non facile compito di trasportare il materiale (circa 600 chilogrammi), da Trebich all’ingresso della caverna. Son degni d’ammirazione il coraggio, la costanza e la bravura di questi cinque giovanotti, i signori Citter, Androvich, Sanzin, Mertl F. e Pucalovich che da soli disimpegnarono con la massima celerità ed esattezza tale difficile compito, attraversando col carro: i greppi e le roccie carsine e la ripidissima e franosa strada che forma l’insellatura del Monte Spaccato fino al punto ove si congiunge al sentiero per Padrich; da qui all’ingresso della caverna trasportando il materiale a forza di braccia e spalle su per la scoscesa china del Cal, imboscata a quercetto ceduo. Il terreno coperto da un’erbetta secca e tagliente, su cui il piede scivola come sul ghiaccio, attraversato da frane di ciottoli rottolati a valle dallo scolo naturale delle acque, sbarrato continuamente da arboscelli, da arbusti e da cespugli, è pessimo.

Finito il trasporto del materiale Sabato 25 Agosto a.c. alle ore 7 ant. si incominciò a preparare l’accampamento. Pochi passi all’ingresso della fovea in direzione di Miramar venne rizzata la tenda su uno spiazzo orizzontale protetto da una parete calcare. Alla sommità di questa venne inalberata una bandiera.

Con l’aiuto dei signori Griesser e Verdier il materiale d’esplorazione venne disposto in bell’ordine nella tenda. Questa venne rizzata in modo da albergare soltanto 6 persone, visto che il soggiorno lassù doveva durare ininterrotto per almeno dieci giorni e dieci notti.

Nel pomeriggio, levata la pietra che ottura l’ingresso venne fissata una prima scala di corda della lunghezza di 70 m. Alcuni forti arbusti crescenti a monte dell’ingresso, che s’apre a livello del suolo servirono all’uopo. La scala vi scorse senza accidenti ed io discesi per primo, come lo voleva il mio compito di caposquadra. Questo primo pozzo, dalla sezione orizzontale ovoide, ha le pareti lisce ed asciutte, una massima larghezza di 6 m., che a 18 m. di profondità uno sprone naturale restringe a 3 m. Una trave di 2.50 m., ancora ben conservata vi è fissata ed impedisce la caduta dei detriti.

Proseguo la discesa ed a 42 m. di profondità metto il piede su di un pianerottolo artificiale, maestrevolmente costruito, su cui un’enorme quantità di pietre, di tronchi e rami d’albero, di terra, di resti di legname da costruzione causa il peso e l’umidità col tempo si trasformò in una massa quasi compatta. Le pareti dallo sprone fin qui sono umide e coperte di fango.

Dò il segnale di discesa e vengo bentosto raggiunto da Androvich e Sanzin; ispezionate le travi di sostegno del pianerottolo e trovatele in cattivo stato, ne prendiamo le misure per sostituirle. Nello sfondo del pianerottolo si trova un muro alto 1.20 m. chiudente uno spazio riempiuto con massi di pietre.

Stavamo per proseguire allorchè dall’alto risuonò il segnale dell’ascesa.

Meravigliati, risaliamo; e qui ci aspetta la sgradita sorpresa dell’ordine da parte della Direzione di sospendere i lavori.

Alle sei pom. una guardia municipale ci conferma l’ordine da parte dell’inclito Magistrato Civico.

I signori Androvich e Pucalovich s’assunsero l’ispezione notturna; gli altri si recarono in città per notizie.

Recatosi il vicepresidente dall’assessore Dr. Pimpach veniva a sapere che la sospensione era stata deliberata causa protesta della Società Alpina delle Giulie, la quale avendo ottenuto il permesso d’esplorazione qualche tempo prima del Club Touristi Triestini pretendeva il diritto di prelazione. Il vicepresidente gli oppose che se ciò fosse vero i relativi decreti ne avrebbero fatto menzione, che noi non spinti da idee di rivalità, senza nemmeno sospettare che la nostra rapida azione potesse sturbare chichessia siamo giunti al posto e non abbiamo scorto traccia veruna di preparativi di una prossima esplorazione da parte d’altri. Quindi trovarci perfettamente dalla parte della ragione, perchè i primi occupanti e che di più essendo il nostro scopo puramente scientifico e sportivo ci basteranno pochi giorni per esplorare la grotta dal punto ove eravamo giunti l’altra volta fino al fondo.

L’assessore contraponendo l’assoluta sua impossibilità di fronte al deliberato delegatizio, che doveva venir modificato appena nella prossima seduta della Delegazione, pregò si attenda. L’abboccamento succedeva Sabato 25 Agosto e la prossima seduta doveva aver luogo Venerdì 31 dello stesso mese. Fu d’uopo armarsi di pazienza ed attendere l’intimazione del relativo decreto per vedere s’era opportuno un ricorso.

Ad ogni buon conto si decise d’inviare una deputazione dal magnifico Podestà coll’incarico d’esporgli oggettivamente il fatto e d’ottenere da lui, nella peggior ipotesi, almeno il permesso di ritirare dal pozzo le scale già poste, che, impigliate nelle travi si dovevano dal basso portare in alto. E ciò per evitare danneggiamenti.

Il vicepresidente, il direttore-segretario e l’onor. sig. Dollenz, Domenica 26 Agosto furono dal magnifico Podestà accolti con squisita cortesia. Espostigli oggettivamente i fatti, egli egli deplorando l’accaduto non volle prender su di sé nessuna responsabilità e consigliò d’attenersi per ora all’ultimo deliberato sospensivo della Delegazione. Non restava altro che stabilire le ispezioni diurne e notturne per far la guardia al materiale ed impedire la discesa a qualunque altro in attesa del nuovo deliberato.

Appollajati a 344 m. sul livello del mare, a due passi da un antro che ci invitava alla discesa, il dover resistere alla tentazione causa l’ordine perentorio della Direzione che ce lo vietava, era per noi un novello supplizio di Tantalo.

Avremo anche resistito alla tentazione se non ci fosse entrato l’antagonismo politico nella quistione; non resistemmo perciò allorchè un giornale locale, per puro sentimento di partigianeria, punse il nostro amor proprio, quasi dubitando del nostro coraggio e della nostra prudenza. Alla Chetichella ci preparammo per fargliela vedere e mentre la Direzione fiduciosa attendeva il deliberato delegatizio, la squadra formatasi scendeva negli abissi, sprezzante dei pericoli, senza premunirsi di puntelli, con un solo scopo d’innanzi a sé: giungere rapidamente al fondo e dimostrare che nelle esplorazioni delle grotte al coraggio non sempre fa mestieri accoppiare sopratutto molta prudenza.

Addì 6 Settembre ci venne intimato il decreto con cui il Magistrato Civico ci comunicava che addì 31 Agosto p. p. la Delegazione municipale, in forza al parere dell’Ufficio edile che dice: non esser possibile “la contemporanea esplorazione di una caverna da parte di due Società” ci revocava il permesso accordatoci addì 16 Agosto s. m. e lo concedeva alla Società Alpina delle Giulie, però limitato questa volta “ad un solo anno”. Raggiunto nel frattempo il fondo della fovea era inutile di fare altri passi per impugnare quest’ultimo decreto. Si poneva quindi fine alla vertenza.

Si chiese, con la certezza di non ottenerlo, il permesso al Magistrato Civico di poter dare più cristiana sepoltura alle ossa dei quattro pericolati: ci venne, come previsto, negato. Peccato, perchè tutto era pronto, i conterrazzani dei morti, ansiosamente attendevano tale momento e, cosa singolare, con la più schietta cordialità dichiararono di sobbarcarsi a spese in comune per fare un funerale grandioso.

Riprendendo la descrizione dei lavori eseguiti dirò che Domenica 26 fuvvi riposo durante la mattina; nel pomeriggio discesero Pillwein, Pucalovich e Machnig per ispezionare la scala e si spinsero fino a 70 m. di profondità. Qui giacciono le ossa di Matteo Kral, morto asfissiato dai gas dell’esplosione addì 11 Novembre 1866 nel mentre si disponeva alla ricerca delle prime vittime.

Dalla città ebbimo la visita dei consoci: Konviczka, Kosak, Mahorcich, Tomsche Urban, e Widmar. L’ispezione notturna venne assunta da Griesser, F. Mertl e Sanzin.

Il Lunedì susseguente in unione ad Androvich e Sanzin discendiamo 240 m. di scala fino al primo morto; di questi ne trasportiamo 50 m. all’ingresso del secondo pozzo.

Nel primo pozzo al primo pianerottolo artificiale (A. B.) seguono degradando altri tre.

La larghezza del pozzo causa questi pianerottoli si riduce a m. 1.30, la lunghezza abbracciata da essi misura 51 metri.

Una nicchia di 1.50 di lunghezza per 2 metri di larghezza s’apre a questo punto. In essa si trova un piccolo bacino contenente acqua limpida e bevibile. La parete rocciosa cade a picco per ben 11 m. di profondità ed al fondo termina in una camera quadrata di 5 m. di lunghezza per altrettanti di larghezza; serviva di deposito di pietre.

Distanti 3 m. dal fondo di questa caverna, fissate con cunei alle pareti, corrono due travi parallele ancor quasi sane; sostengono una piattaforma di assi sulla quale si ponevano le scale di legno che venivano ritirate dai pianerottoli superiori. Dopo la camera le pareti si ristringono in una fessura larga 1 m., lunga 5 m., il cui fondo è coperto dai resti delle scale putrefatte cadutevi. Anche qui si trova una nicchia, che però manca d’acqua. Dal tetto della fessura s’innalza un camino senza importanza.

Alla fessura segue un pozzo, profondo 5 m., che mette in una camera larga 4, in questa havvi un muro di 2 m. d’altezza sovracaricato di pietre. Anche qui vi si trova un camino senza uscita.

Il suolo di questa camera si restringe e forma un corridojo del diametro di 0.80 m. All’entrata di questo corridojo (71 m. dall’ingresso della caverna) giacciono le imbianchite ossa del quarto operaio Matteo Krall. Questo corridojo di una lunghezza di 29 m. è interrotto da una spaccatura di 2 metri d’altezza con degli scalini di pietra e di legno. In origine consisteva in una fessura alta 0.40 m. larga 0.20 m. Venne allargata alle odierne dimensioni a forza di maglio e mine, le cui traccie sono ancor oggi perfettamente visibili. Le pareti sono liscie e l’aria umida e fresca. Al termine di quest’andito (a 100 metri dall’ingresso) si trovano fissate nella rupe due stanghe di ferro del diametro di 0.02 m. allo scopo di assicurarvi le scale di corda.

Per superare il seguente pozzo, che misura 39 m. di profondità assicuriamo su di esse le scale e sospendiamo il lavoro.

Risaliti, assunsi l’ispezione notturna assieme a mio fratello.

Il giorno susseguente continuiamo l’esplorazione trasportando altri 50 m. di scala in fondo al pozzo.

La larghezza di questo secondo pozzo da 0.50 m. che misura al suo principio, s’allarga fino a quattro per una lunghezza di sei.

Nel senso della larghezza è attraversato da parecchie travi incrociate, ancora adoperabili, e che servivano a dare alle scale una posizione transitabile. Per due terzi di profondità il pozzo è abbastanza asciutto, ma nell’ultimo terzo lo stillicidio è tale che già all’epoca dei primi lavori di esplorazione gli operai si dovettero fabbricare un tetto d’assi per ripararsi.

Questo punto veniva semplicemente designato con la denominazione “laddove piove!” e la denominazione è ben meritata.

Il tetto è ora affatto marcito.

Mercoledì 29 Agosto in unione a Sanzin, per viste di sicurezza, sfasciamo il tetto d’assi. In fondo al pozzo sono assicurate delle travi su cui sono fissate a vite degli anelli che servirono nel 1863-66 a tener fisse le scale. Questo pozzo si congiunge ad un andito, provveduto di scalini di legno e di pietra come il primo; ha tre interruzioni nelle quali si trovano delle scale di legno affatto imputridite. Misura 17 m. di lunghezza ed ha un diametro di 0.80 m.; è molto umido e vi si trovano parecchie specie di funghi.

Vi trasportiamo 18 m. di scala, calandoci per altri 2 metri nel seguente pozzo raggiungendo la profondità di 157 m.

Giovedì si riposò, e per occupare la giornata venne fatto ordine sotto la tenda e riparate le corde.

Venerdì 30 Agosto si proseguì la discesa del terzo pozzo, che misura 14 metri; nel fondo si trova un muro alto 4 ½ m. che essendo in parte crollato, aveva otturato il sottoposto corridojo di 2 m. di lunghezza. Qui vennero discese altre scale e si tentò di rendere libero il passaggio. Si dovette però sospendere causa la deficienza di forze.

Con me discesero Sanzin, Verdier e mio fratello.

La profondità raggiunta era di 172 metri.

Sabato 1 Settembre si potè disporre delle forze necessarie per rendere transitabile il passaggio.

I consoci Citter, Sanzin, Mertl F., Giassich, Pertot, Pucalovich, Veit, Verdier G., Karis, Kogoy si presentarono a tutt’uomo e dopo otto ore di faticosissimo lavoro il corridojo fu reso transitabile. Il materiale scavato, caricato in appositi panieri, tratto su, venne disposto a ridosso del muro crollato. Strisciando, oltrepassiamo il corridojo; gli scheletri dei 3 infelici operai: Fernetich Andrea, Kral Antonio e Kral Luca si presentarono finalmente ai nostri sguardi in tutta l’orrida loro imponenza.

Le ossa dei disgraziati giacevano in posizione accosciata; la morte gli aveva sorpresi in men che si dice e la repentina deficienza delle forze vitali li costrinse a piegare le ginocchia.

Il successivo decomporsi della materia organica fece rottolare i teschi ed altre ossa, rese libere dai legamenti muscolari, fino al fondo della fovea, disseminandoli lungo la via.

In questo giorno si raggiunse la profondità di 202 metri. Fra gli oggetti raccolti vanno menzionati alcuni lembi di vestito madidi d’acqua, ancor aderenti alle scarnite ossa, un coltello da tasca, due tenaglie, l’intelajatura ferrea d’un taccuino, molto filo da conduttura elettrica ed altro.

La discesa ebbe luogo alle 9 pom. del primo e l’ascesa alle ore 6 ½ ant. del 2 Settembre.

Dopo tale faticoso lavoro era naturale che si riposasse e difatti durante tutta la giornata vi fu riposo. Soltanto il consocio sig. Pillwein discese per suo speciale interesse.

Durante tutta la domenica si accentuò un vivo via vai di curiosi sia cittadini che contadini.

Ecco la descrizione della conformazione della fovea dal punto disostruito fino al fondo.

Il corridojo disostruito alto 0.40 m. e largo 0.50 m. mette capo ad una fessura larga 0.50 m., lunga 15 m. e termina in un pozzo largo 4 m.

Tre pianerottoli di legno, sui quali furono assicurate nel 1866 le scale di legno, si trovano ancora in questo pozzo umidissimo, però sono totalmente marciti; vi si trova pure qualche formazione stalattitica di nessuna importanza.

Al termine di questo pozzo sul terzo pianerottolo si trova la terza vittima di questa caverna: Andrea Fernetich, il quale, come i due precedenti, morì asfissiato dai gas sviluppati dall’accensione della mina. A quattro metri dal pozzo si trova un altro pianerottolo di legno in congiunzione col precedente mediante una scala di legno. Qui giacciono i resti mortali della seconda vittima e tre metri più giù, in una camera di 6 metri di larghezza, quelli della prima.

Sono i resti mortali di Antonio e Luca Kral da Trebich. La posizione accosciata conservata dagli scheletri dimostra che, mancate loro improvvisamente le forze, cercarono appoggio e morirono quasi seduti.

Da questa camera incomincia l’ultimo pozzo che misura 53 m. La larghezza iniziale di questo è di 4 m., e si restringe poi gradatamente ad 1 m. E’ malsano, umido e non mostra alcuna formazione stalattitica. A venti metri dal fondo si eleva una parete d’assi e di travi coperta fino all’orlo da pietre.

L’aria in questo pozzo è ancora respirabile, però nel fondo riesce opprimente. una galleria orizzontale di travi ed assi, coperta da rottami, di travi, di scale, d’istrumenti da scavo, d’ossa, di pietre ecc. termina la caverna: tutto il materiale che s’accumula nella galleria è il risultato della mina; la polvere accesasi esplose come nella canna d’un mortaio, lasciando intatto il fondo e le pareti, e spezzando quanto trovò sopra di sé. Il fumo della polvere annerì le pareti.

Lunedì 3 Settembre i consoci Sanzin e Verdier uniti a me proseguirono l’esplorazione, raggiungendo la profondità di 212 m.

Nei successivi giorni di Martedì e Mercoledì il tempo fu impiegato a migliorare i danni arrecati nelle corde e nella tenda dalle intemperie.

Giovedì 6 Settembre in unione a Sanzin e Verdier G. raggiungo la profondità di 254 m. ; senza riscontrarvi nulla di particolarmente interessante.

Il giorno successivo assieme ai consoci Andrea e Antonio Perko e G. Pucalovich arrivo a 264 metri, termine della fovea.

I soci Andrea Perko e Pucalovich ritraggono la conformazione della grotta.

 

Sabato 8 Settembre, aiutato dai consoci Giassich, Androvich, Perko A., Mertl F. e Wagnest ritiro i primi 60 m. di scala; dalla città continua il pellegrinaggio dei curiosi.

Il panorama dominato da questo punto della Vena è uno dei più incantevoli. dalla sottoposta vallata di S. Giovanni l’occhio si stebde sulla vasta distesa delle case e degli edifici della città, spingendosi sull’azzurro nostro golfo, chiuso all’orizzonte dal nostro cielo di cobalto; a manca dell’osservatore, dal colle roccioso del Monte Spaccato, l’occhio scorre sulle pendici del nudo Kras, di S. Servolo, dei monti dell’Istria, degradando sul dinanzi, sui colli boscosi di Montebello e del Ferdinandeo, riposando soddisfatto sul verde chiaro del villaggio di Longera e del Boschetto e sul verde cupo del Bosco dei Pini. A destra la Vena si protende sinuosa a variegate tinte di verde e di grigio e mette capo allo storico e pittoresco castello di Miramar, candido nella sua elegante mole e vagamente specchiantesi nel mare dagli ultimi approci dei colli circostanti.

La successiva Domenica con le stesse forze si continua a ritirare il materiale; alle 9 ant. il direttore segretario assume un’assunzione fotografica dei partecipanti all’esplorazione. I cittadini seguitano a visitarci.

Fu giorno di riposo il Lunedì 10 Settembre. Le scale ritirate furono asciugate, riparate e rotolate. Mertl F. e Sanzin G. ritirarono altri 60 m. di scala il Martedì successivo e finalmente addì 12 Settembre Mertl F., Perko A. Sanzin, Verdier G. e Wagnest ritirati gli ultimi 118 m. di scala, rotolata la tenda, raccolto ed ordinato sul carro tutto il materiale, chiusero l’ingresso e trasportarono il deposito a Trebich.

Di questa memorabile esplorazione ci restano quale perenne ricordo gli oggetti sunnominati, la splendida fotografia assunta addì 9 Settembre e nelle precedenti pagine i P. T. Signori Consoci troveranno una precisa riproduzione litografica della fovea dovuta al nostro egregio Consocio sig. Rodolfo Cerniutz.

Trieste, 11 Ottobre 1894

Partecipanti all’esplorazione in ordine alfabetico:

Androvich C.

Citter Roberto

Fischer Gustavo

Giassich Nicolò

Griesser Pietro

Karis Ireneo

Kogoy

Konviczka Ruggero

Machnig

Mertl Francesco

Mertl Lodovico

Perko Antonio

Perko Giovanni Andrea

Pertot Eugenio

Pillwein Carlo

Pucalovich Giovanni

Sanzin Gastone

Verdier G

Veit Ermanno

Wagnest Ermanno

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