Moto è vita

Luciano Santin ricorda l’istituzione del Porto Franco di Trieste (e di Fiume) il 18.3.1719.

on 19.03.2016

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In piazza Granda, xè un monumento, de Carlo VI del mileseizento”. Con questo vecchio distico sull’aria di Mikez e Jakez, i triestini danno una volta di più prova di conoscere maluccio la loro storia patria.

Carlo VI d’Absburgo, il signore effigiato sopra questa colonna, che oggi ricordiamo, nacque il 1 ottobre del 1685 a Vienna, dove morì soli 55 anni dopo, il 20 ottobre del 1740. Regnò dal 1711, come imperatore del Sacro Romano Impero; fu anche Re di Napoli, Re di Sicilia, Re di Sardegna, Re di Spagna, Re d’Ungheria, Re di Boemia, Duca di Milano, Parma, Piacenza e Guastalla, titoli ad alcuni dei quali poi rinunciò o dovette rinunciare.

A noi, quest’uomo del ’700, interessa per un’azione di governo che fu di grande importanza per Trieste, della quale fu signore. Premettiamo che qui non si intende prendere a pretesto la celebrazione per alimentare dibattiti legati alle scelte politico amministrative, né per riscaldare nostalgie e trasfigurazioni mitiche che pure avrebbero dei fondamenti e una certa ragion d’essere.

Noi siamo qui, semmai, per interrogare il passato in merito al futuro di Trieste.

Come parecchi tra i presenti sanno, penso tutti, nel 1719, il 18 marzo, appunto, Carlo VI creò il Porto Franco di Trieste, un istituto connesso con due atti precedenti, che suggeriscono delle riflessioni.

Il Porto Franco non è stato un’alzata d’ingegno, ma il frutto di una pace. A inizio ’700 l’Austria per terra e Venezia per mare contrastavano i Turchi. Nel 1717 viene conquistata Belgrado, dal principe Eugenio, un Savoia al soldo degli Asburgo, vedete com’è strana la storia, e l’anno successivo Vienna e la Sublime Porta firmano un trattato che prevede condizioni di favore reciproche per il commercio. Assicurata la pace, dunque, si può lavorare, c’è l’ Adriatico che collega il bacino danubiano al Medio Oriente e al Nord Africa, e adesso che i due Imperi, quello Austriaco e quello Ottomano non sono più in guerra, il canale marittimo rappresenta un’ottima opportunità.

Questo anche perché non c’è più il blocco di Venezia. La Serenissima in precedenza considerava l’Adriatico un proprio possesso, e imponeva gabelle alle navi non dirette ai suoi porti. Adesso la coalizione contro il turco ha vinto, ma sostanzialmente per merito dell’Austria, per mare le cose non sono andate bene. E quindi il doge deve abbozzare quando Carlo VI unilateralmente proclama la libertà di navigazione nell’Adriatico.

Quindi i due atti preparatori sono la Patente di libera navigazione, del 1717, e la Pace di Passarowitz, oggi Pozarevac, del 1718. Il Porto Franco data di nascita della Trieste moderna, della città, è del 1719.

Il tutto avviene in tre soli anni, perché il lavoro, qui, si tiene con la pace, e con la libertà dai lacci e laccioli. Abbiamo del resto visto quali e quante sofferenze economiche, e non solo economiche, abbiano arrecato a Trieste gli strangolamenti del ’900.

Oggi fortunatamente abbiamo un’Europa in pace, e una circolazione delle persone e delle merci garantita da Schengen. Uso il presente, e spero di poter continuare a farlo a lungo, anche se l’Unione europea al momento è in affanno.

La scelta di Trieste quale sede del Porto Franco non è scontata, non si può parlare di città, come abitanti siamo a un terzo di Muggia, come abitato c’è solo la città vecchia, uno spicchio del colle di San Giusto verso il mare. Il piccolo borgo di pescatori e salinari è in lizza con altri siti, pensate, si parla persino di San Giovanni di Duino, forse perché sulla direttrice di Gorizia, all’epoca più importante di Trieste.

C’è da tener presente un’altra cosa: non è che i triestini ambissero ad avere l’istituto del Porto Franco, i poveri aristocratici delle tredici casade, temevano – e a ragione – lo stravolgimento che ne sarebbe seguito, posto che sarebbe arrivata qui gente più dinamica o più ricca e potente di loro.

Dunque sono contrari. In quei giorni i “nobili del moccolo” ragionano sul numero di punte che deve avere la stella portata sul bavero dai patrizi nel corso della processione del Corpus Domini, un argomento giudicato evidentemente di vitale importanza.

Ci crede solo Casimiro Donadoni, la cui famiglia peraltro è di origine bergamasca: fa rilevare la profondità dei fondali e porta a Vienna una rudimentale carta che prova i vantaggi offerti da Trieste.

E allora il Porto Franco si fa. Qui. Vedete il dito di Carlo VI.

Qui. Anche nell’affresco del soffitto della Camera di Commercio, già Borsa, c’è Carlo, con il dito, forse hanno pensato alla creazione della Cappella Sistina.

Ma attenzione, non è per un grazioso beneficio dell’Austria, non è perché l’imperatore ami svisceratamente Trieste. Non è perché la città sia caralcuore.

Questa è una cosa da chiarire in modo piano, ma deciso. La Defonta viene spesso rievocata in un’aureola di felicità e di affetto per la nostra città. Il dato, invece, è meramente tecnico, funzionale.

Nel momento in cui Trieste viene scelta per essere lo sbocco a mare e quasi la sintesi dell’economia danubiana, è necessario, è logico investire. Sono incappati in un errore di carattere sentimentale quelli che hanno parlato di città liberata da “le forche e l’armi dell’impiccatore”, di “restituzione alla patria naturale”, ma anche quelli che hanno ragionato sulla matrigna amorosa e sulla madre snaturata.

Il dato identitario a Trieste è complesso. C’è sempre stata, e credo permanga, la percezione di una differenza, vissuta in modi diversi.

Pensiamo allo Slataper del “vorrei dirvi”, al Saba che a Firenze si sentiva di un’altra specie. Recentemente una parlamentare cittadina, esprimendosi un po’ infelicemente ha parlato di “un’altra razza”. E vabbé.

Comunque forse è da questa specificità triestina che è derivata l’anima in tormento e si sono alimentati i diversi e accesi aneliti nazionali e ahimé nazionalistici che qui si sono confrontati e scontrati lo scorso secolo.

Forse aveva ragione von Bruck nel dire che a Trieste può esistere solo la nazione triestina, indipendentemente dall’appartenenza statuale.

Ma questa è tutt’altra cosa rispetto alla funzionalità.

Trieste o è una città europea, o non è.

Può riassumere e servire da tramite agli interessi di un retroterra che non coincide con il sistema del suo Paese. Anzi, direi che non ha altre opzioni.

Ditemi un centro italiano, e io vi dirò un porto più vicino. Persino da Sgonico si fa prima ad arrivare a Monfalcone.

Ditemi un centro mitteleuropeo danubiano, e io vi sfiderò a trovare uno scalo che sia più vicino di Trieste. Ci sono Capodistria e Fiume, che hanno comunque dei problemi, di natura diversa.

Devo ripetermi: nessuno voglia trovare in queste parole allusioni ai dibattiti politici o alle formazioni partitiche con cui Trieste ha a che fare in questa stagione preelettorale. C’è solo una convinzione personale, maturata con gli anni, dall’attenzione alla storia patria e – spero – dal buon senso.

Trieste, o è un tramite tra est e ovest, tra nord e sud, o non ha un senso, come città. Dev’essere conseguentemente aperta, coltivare i rapporti a 360 gradi. Per un secolo, come detto, è rimasta invece chiusa, soffocata, e gli effetti ancora si vedono.

Questa è la lezione ci discende da Carlo VI. Il quale, come ho detto, quando si attiva su Trieste è mosso da interessi statuali e anche dinastici. Investe delle risorse personali nella Compagnia Orientale, che dovrebbe essere qualcosa di simile alla leggendaria Compagnia delle Indie britannica. Però le cose non vanno bene, tanto che il sovrano, già nel 1723 fa intervenire lo Stato per acquistarne l’arsenale che era più o meno lì, come attesta via dell’Arsenale. La privatizzazione degli utili e la socializzazione delle perdite non è nata né è morta nel ’700.

Probabilmente è proprio per vedere com’è che il Porto Franco non decolla, che Carlo VI viene a Trieste, nel 1728. Scopre, immagino, che non basta una patente imperiale, ma che occorrono altre cose, soprattutto le infrastrutture. Che verranno, ma ci vorrà del tempo. La via Zindendorfia, che oggi consideriamo un budello ripido e disagevole, ma che era la via nuova, dei traffici – infatti è stata ribattezzata via Commerciale – verrà realizzata appena all’epoca di Maria Teresa, figlia di Carlo VI.

E qui va detto che, tra le cose fatte da Carlo VI, la più importante è la Prammatica sanzione, che dopo mille anni di legge salica, cioè di ereditarietà ai titoli solo per via maschile, consentirà anche alle donne di accedere al trono e a Maria Teresa di rivendicare il titolo di arciduchessa d’Austria e di regina d’Ungheria.

Ma dicevamo della visita, che avviene nel 1728. C’è fermento, anche perché Trieste non è attrezzata per l’evento.

Il municipio effettua uno stanziamento straordinario per ripulire dal letame le vie cittadine, e si noleggiano a Venezia “cento stramazzi e linzioli” per l’augusto ospite e il suo seguito, nonché una “felze”, imbarcazione degna, perché non si poteva mica usare un bragozzo per portare il sovrano in giro sul quel mare che lui aveva dichiarato libero. Ma soprattutto si decide l’erezione di una colonna. Questa.

Quasi settant’anni c’era stata un’altra visita imperiale,

quella di Leopoldo I, cui era stato eretto un monumento bronzeo, oggi lo vediamo campeggiare in piazza della Borsa.

E si decide di onorare Carlo VI con un analogo monumento.

Il tempo stringe, si fa preparare la colonna dagli abili picapiere, scalpellini di Lokev, Corgnale, e la si fa scendere in città con un trasporto eccezionale di 43 pariglie di buoi e 70 uomini. Il viaggio richiede tre giorni, e il capitello e il basamento sono portati con un convoglio minore: soli 25 coppie di buoi e quaranta uomini.

La colonna viene eretta qui, in piazza San Pietro, perché lì c’era la Chiesa di San Pietro, e lì il mandracchio, e il mare. Il nome di piazza Grande verrà in seguito; poi durante la prima guerra mondiale muterà in piazza Franz Joseph, e infine in piazza dell’Unità. Non c’è tempo per una statua vera, ne viene realizzata una lignea, dorata, sostituita appena nel 1754 da quella attuale.

Dicevamo dell’ostilità dei locali, delle casade, al Porto Franco. Di qui discende un altro spunto di riflessione, legato al fatto che Trieste è stata fatta non dai triestini, ma nonostante i triestini.

A livello locale si sono sempre avute prospettive corte, e le decisioni sono state prese in altre sedi, più ampie. Nel bene e nel male questo.

Ricordiamo che quando Carlo VI arriva, il suo Porto Franco qui, esattamente qui, non c’è, perché il municipio non l’aveva voluto. Ci sono i gabellieri, alla porta che separava la cittadina, ancora rinserrata nelle mura, dal distretto delle saline, il borgo camerale, così chiamato perché comperato con moneta sonante dalla Camera aulica di Vienna, proprio per disporre di una zona cui attribuire la franchigia doganale.

Oggi quella parte della città si chiama Borgo Teresiano, perché a un certo punto Maria Teresa deciderà che Trieste è troppo importante per lasciare che se ne occupino i triestini, e con un gesto d’imperio, dispotico, se vogliamo, subìto, farà abbattere le mura e costringerà la città vecchia ad assorbire il Porto Franco, imponendo però l’inclusione nel Consiglio di due esponenti della Deputazione di Borsa.

Così ci penseranno i nuovi cittadini, la ricca nobiltà mercantile, tutta gente venuta da fuori, a fare piazza pulita delle asfittiche casade, ad assumere il governo cittadino, e a fare la fortuna di Trieste.

Concludendo, ricordiamo Carlo VI con riverenza e con riconoscenza, consapevoli però del fatto che le provvidenze e gli investimenti qui fatti si legano alle necessità di un sistema di carattere geopolitico-economico che oggi valutiamo positivamente, perché per alcuni versi ha precorso l’Unione europea.

Ricordiamo la storia, allora per guardare al domani della città, senza arroccamenti gretti e senza timori verso i cambiamenti. Proiettando le opportunità della nostra Trieste in quella dimensione più ampia e aperta che l’infausto Novecento le ha precluso e che oggi, in un contesto internazionale favorevole, si può positivamente riaprire e sviluppare. Grazie.

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