Moto è vita

Sigismondo Von Herberstein, fra Oriente e Occidente

on 2.10.2016

La soluzione del nostro quiz al volo del 21 settembre.

di Enrico Mazzoli

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Nel 2012 ero stato ospite del Comune di Novy Jicin (Repubblica Ceca), dove avevo collaborato all’organizzazione di una due giorni di mostre e manifestazioni per commemorare il figlio di tale città, poi triestino d’adozione: Eduard von Orel. Nonostante la sua città adottiva oggi l’abbia completamente dimenticato Orel era stato uno dei tre uomini (gli altri erano l’alpinista Julius Payer e il marinaio Antonio Zaninovich, altro triestino dimenticato), che nel corso della spedizione polare austro-ungarica del 1872-1874 avevano conquistato, dopo un’incredibile marcia fra i ghiacci della Terra di Francesco Giuseppe, quello che è non solo il punto più settentrionale dell’attuale Federazione Russa, ma dell’intera Eurasia (Cap Fligely).

In tale occasione fui portato a visitare il palazzo cinquecentesco di Kunin, magnifica residenza rinascimentale i cui interni, ora restaurati, nel 1945 erano stati pesantemente danneggiati dall’Armata Rossa, che vi aveva fatto irruzione addirittura coi cavalli. Entrati nella sua sfarzosa biblioteca il dottor Jaroslav Zezulcik, curatore del Museo, mi fece notare come la stessa si presentasse intatta e – con l’atteggiamento di chi intende stupire – disse che quando i cavalleggeri sovietici fecero per dirigersi verso la biblioteca il proprietario del palazzo – un tedesco! – si parò innanzi a loro invitandoli a risparmiarla perché contenente un prezioso volume cinquecentesco, scritto da un suo avo, fondamentale per la storia della Russia. Saputo di che si trattava quei cavalleggeri s’arrestarono, risparmiando la biblioteca ed evidentemente pure il suo proprietario, visto che ebbe modo di raccontare questa storia.

Osservai allora che, se così era stato, l’opera in questione altro non poteva essere se non il Rerum Moscoviticarum Commentarii di Sigismondo von Herberstein, e stavolta fu il dottor Zezulcik a rimanere stupito giacché difficilmente gli era capitato che qualcuno intuisse il titolo del libro, men che meno un turista proveniente da Trieste!

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In verità avevo, come si usa dire, “giocato in casa”, perché Sigismondo von Herberstein era stato un figlio di questa nostra terra di confine. A dire il vero pure io, al pari della quasi totalità dei miei concittadini, fino a qualche anno fa ignoravo l’esistenza di tale personaggio, che pure era nato non lontano da Trieste e in questa città aveva anche un palazzo, e m’ero imbattuto in lui per combinazione, studiando… la storia delle spedizioni polari!

Ma andiamo per ordine.

Sigismondo von Herberstein nasce a Vipacco, oggi Vipava nella Repubblica di Slovenia e allora Vippach nella Contea di Gorizia, il 24 agosto 1486, terzogenito di Leonardo von Herberstein, di origine stiriana, e di Barbara Lueger, sorella di Nicola Lueger conte di Lienz e di Luegg, o Lueg, l’imprendibile castello situato non lontano da Postumia. Vista la lingua parlata dagli abitanti della zona i suoi, e soprattutto la madre, vollero che oltre al tedesco e al latino gli fosse insegnato pure lo sloveno, e la conoscenza di questa lingua segnerà – come vedremo – il suo destino.

Nel 1491 gli Herberstein ricevettero in eredità il feudo di Lupogliano, in tedesco Mährenfels e in croato Lupoglav, situato nell’Istria montana al limite orientale della catena della Vena, e qui si trasferirono. La scelta di stabilirsi nella desolata rocca di Lupogliano fu, per Leopoldo von Herberstein. una scelta coraggiosa, fatta per gente avvezza, più che ai ricevimenti, a menar di spada: questo, infatti, era un feudo di frontiera, posto in una zona strategica che sbarrava ai veneziani l’accesso a Fiume, Scutari e Segna, importanti carte in mano ai Duchi d’Austria e Sacri Romani Imperatori per la loro nascente politica adriatica. Per questo la loro nuova abitazione nulla aveva dei palazzi cinquecenteschi che all’epoca tanti nobili amavano abbellire con statue e con fontane: si trattava di una tozza e rettangolare rocca posta su un’ altura a ridosso di brulle pareti verticali, fatta per resistere agli assedi, della quale oggi non resta quasi nulla.

A Lupogliano il giovane Herberstein rimase poco perché, dopo una prima educazione impartitagli dal parroco di famiglia e dalla madre, a nove anni i suoi decisero di dargli una cultura mandandolo prima all’elitaria scuola del Duomo di Gurk. in Carinzia, e poi all’Università di Vienna, dove s’impratichì – tra l’altro – nella lingua volgare italiana e soprattutto nel latino, la lingua internazionale dell’epoca come oggi è per l’inglese.

Assolti gli studi egli mise la sua spada al servizio dell’imperatore Massimiliano I, e così nel 1506 lo troviamo alla testa di un reparto di cavalleggeri soriani, a combattere gli ungheresi di Mattia Calvino. Nel 1508 scoppiò quella che passerà alla storia come “Guerra di Cambrai”, che vide contrapporsi – fra i vari soggetti entrati nel conflitto – la Serenissima Repubblica di Venezia al Sacro Romano Impero.

Di fronte ai veneziani che stavano marciando verso il nord dell’Istria il fratello di Sigismondo, Giovanni von Herberstein, non trovò di meglio che accordarsi con questi ultimi, aprendo loro le porte del suo castello e, di fatto, anche della città di Fiume, che fu occupata. Appresa la notizia Sigismondo. messosi alla testa di una colonna di imperiali marciò verso Lupogliano, ne occupò la rocca e dopo aver resistito a un assedio iniziò una sanguinosa guerra per la riconquista dell’intero feudo che fra uccisioni, saccheggi e devastanti epidemie di peste portate dai soldati finì col trasformarsi in una landa quasi spopolata.

Risolto il problema di casa Sigismondo si spostò con le sue truppe in Friuli, dove nel 1514 giunse fino alle porte di Marano. Le sue capacità militari attirarono l’attenzione dell’imperatore Massimiliano I che decise di accoglierlo nella sua Corte quale consigliere, assegnandogli a vita pure un suo palazzo di Trieste, certamente più consono a un dignitario imperiale della tetra rocca di Lupoglav. Riposta la spada Herberstein ebbe modo di mettere in luce le sue doti di fine diplomatico, vedendosi affidare delicati compiti prima in Baviera, e poi in Danimarca.

Intanto, nel Nord-Est dell’Europa stava prendendo forma un nuovo stato indipendente, il Granducato di Moscovia, del quale in Occidente si sapeva quasi nulla ma che già stava entrando nei delicati giochi di alleanze nei quali l’Impero aveva i suoi interessi. Nel 1516 Massimiliano I decise così di mandare Herberstein, che conosceva le lingue slave e nel quale riponeva la massima fiducia, quale suo ambasciatore presso il Granduca di Moscovia Wassili III (1505-1533), alla testa di una delegazione formata da 15 persone. Il viaggio fino a Mosca fu, per l’epoca, una vera spedizione, e a leggerne le cronache c’è persino da stupirsi come tutti raggiunsero la meta.

Nel Granducato Herberstein si fermò sette mesi nel corso dei quali ebbe modo di entrare nella mentalità dei moscoviti, adattandosi allo stile di vita della Corte e vestendo l’abito tradizionale dei boiardi. Come da istruzioni impartitegli da Massimiliano I, particolarmente interessato alla geografia di ogni paese conosciuto, egli trascorse la gran parte del tempo ad assumere informazioni quanto più dettagliate possibili sulla geografia della Moscovia, le sue risorse economiche, le sue usanze, i sistemi di guerra dei suoi popoli e i suoi lontani confini, che finivano col perdersi nell’immaginario fatto di strane umanità.

Rientrato in Austria, non aveva nemmeno terminato le sue periodiche cure per la sifilide ricordo dei suoi trascorsi studenteschi quando dovette partire per un nuovo viaggio, stavolta fino in Spagna: il 12 gennaio 1519 Massimiliano I era deceduto, ed egli doveva incontrare il nuovo Sacro Romano Imperatore Carlo V. Questi rimase così favorevolmente impressionato dalle capacità diplomatiche dimostrate da Herberstein che lo volle nominare suo rappresentante nei Consigli dei territori ereditari, incaricandolo pure di varie missioni diplomatiche. Nel 1523 egli convolò a nozze con Helene von Graswein. ma a causa della sua malattia non ebbe figli.

Nel 1526 Carlo V decise di inviarlo nuovamente a Mosca, con il compito di fungere da mediatore per una pace fra il Granducato di Moscovia e il Regno di Polonia. Pare, però, che lo scopo principale della missione fosse un altro: in tutta Europa si stavano diffondendo le idee della Riforma, e al cattolicissimo Carlo V premeva sapere se e come queste si stessero diffondendo nei paesi dell’ortodossia. Nuovamente Herberstein si mise a raccogliere informazioni su fiumi, città, villaggi e popolazioni della Moscovia, completando così gli studi compiuti nel corso della missione precedente.

Nel frattempo, una grave minaccia si stava avvicinando al cuore dell’impero: nel 1526 l’esercito magiaro era stato sbaragliato dai turchi a Mohàcs, lo stesso re ungherese Ludwig II era stato ucciso e ora le armate ottomane di Solimano -detto il Magnifico – marciavano verso i territori ereditari degli Absburgo, minacciando la stessa Vienna. Non appena rientrato in patria Herberstein fu così inviato in missione presso le varie corti europee, alla ricerca di alleanze e di finanziamenti per la guerra. Dopo 15 anni di conflitto con gli ottomani nel 1541 il nuovo re d’Ungheria Ferdinando d’Absburgo, fratello di Carlo V (e futuro Sacro Romano Imperatore Ferdinando I), incaricò Herberstein di addivenire ad una trattativa con il Sultano. Questi, dimostrando un coraggio non comune si recò al campo di Solimano, e nella tenda di quest’ultimo intavolò le trattative senza bisogno d’interpreti, poiché i due s’intendevano benissimo con la lingua slava. Le cronache ci raccontano che l’incontro fra i due ebbe inizio con un’informale stretta della mano, forse l’unica nella vita del Sultano giacché nel protocollo della Sublime Porta una simile confidenza  -tanto più con un infedele! – era inimmaginabile (Herberstein omise di genuflettersi adducendo un mal di schiena).

Com’era prevedibile la tregua d’armi, trattata da una posizione di svantaggio militare, costò agli Asburgo il riconoscimento – anche se soltanto temporaneo – del dominio ottomano su gran parte dei Balcani. Da questi territori iniziarono così a riversarsi verso nord masse di profughi cristiani, non disposti a soggiogarsi ai turchi. Quelli della costa si ritirarono verso Segna e si misero a pirateggiare dapprima contro i turchi, e ben presto anche contro i veneziani. Altri, provenienti dall’interno e nello specifico da regioni vicine all’odierna Romania, furono invece accolti dallo Herberstein nei suoi spopolati territori istriani, andando a costituire il nucleo principale di quella che prenderà il nome di “Ciceria” dove, infatti, la parlata – oggi in pericolo di estinzione – è simile al rumeno.

Nonostante la sua intensa attività politico-diplomatica Herberstein trovò pure il tempo per dedicarsi alle lettere        – il Vescovo triestino Andrea Rapicio giunse a definirlo “Ornamento delle Muse” – e, riordinata l’imponente messe di
dati raccolti nel corso dei suoi viaggi moscoviti, li riportò in un libro scritto in latino dal titolo “Rerum Moscoviticarum Commentarij Sigismundi Liberi Baronis in Herberstain, Neyperg & Guettenhag”, stampato a Vienna nel 1549. Nel 1550 a Venezia l’opera fu data alle stampe in una rara edizione in italiano, e nel 1557 uscì a Vienna in tedesco. Fino allora nell’area compresa fra il Baltico e gli Urali, da poco affrancatasi dai mongoli, le lettere non avevano ancora avuto modo di fiorire e pertanto nessuno, prima di Herberstein, s’era preso la briga di descriverne compiutamente la geografia e i vari aspetti dei popoli ivi stanziati. Per questo ancora oggi i “Commentari della Moscovia” rappresentano – per i russi, ma non solo per loro – un testo fondamentale per lo studio delle loro origini e quindi della loro identità, e anche la carta allegata a tale opera sembra essere la più antica della Russia.

Come accennato, questo libro ebbe una conseguenza nella storia delle esplorazioni polari. Nel corso dei suoi soggiorni moscoviti Herberstein venne a sapere che dal nord della Russia, e quindi dal Mar Bianco, i commercianti di pellicce navigavano fino ai porti atlantici della Norvegia, smentendo così i geografi dell’epoca stando ai quali la Scandinavia s’estendeva nel cuore dell’Artico sino a congiungendosi con la Groenlandia, impedendo ogni possibilità di raggiungere l’Oriente via nave tenendosi a nord del continente euroasiatico. Questa notizia, riportata in un capitolo dal titolo “Della navigatione per il Mare Glaciale” fu presa talmente sul serio da Sebastiano Caboto, da indurlo a dare l’avvio alle spedizioni volte a forzare quello che passerà alla storia come “Passaggio a Nord-Est”, tra le quali – trecento anni dopo – è da annoverarsi pure quella austro-ungarica del 1872-1874. Nonostante gli strapazzi di una vita eccezionalmente intensa che lo vide impegnato in ben 69 missioni all’estero, servendo quattro Sacri Romani Imperatori (Massimiliano I, Carlo V, Ferdinando I e Massimiliano II), Sigismondo von Herberstein raggiunse la venerabile età di ottant’anni, morendo nel suo palazzo di Vienna il 28 marzo 1566. Fu sepolto nella Michaelerkirche. presso il Burgtor.

Da genuino figlio di una terra da sempre punto di congiunzione fra i mondi tedesco, slavo e latino, Sigismondo von Herberstein si colloca in maniera quasi ideale fra Oriente e Occidente, e fra Meridione e Settentrione, di questa nostra Europa. Un’Europa – oggi come allora – chiamata a elaborare nuove relazioni con la Moscovia e a contrastare le minacce provenienti da inediti califfati, e che di un diplomatico della sua statura avrebbe un gran bisogno.

Copia di imm. 1

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