Moto è vita

Sui colli di Brkini e nella Jama Dimnice

on 5.03.2016

 

Una gita del CTT nel resoconto di Chiara Veranić, la nota naturalista a passeggio, pubblicato dalla Voce del Popolo di Fiume.

5[2]                                                                  La discesa nel pozzo delle Velike Dimnice

 

Sono in pochi a non conoscere, almeno di fama, i morbidi rilievi dei colli di Brkini/Birchini, dai quali, fino a un tempo non molto lontano, gli abitanti scendevano, soprattutto verso le città di Fiume e Trieste, con i loro carri colmi di ortaggi, mele, prugne, patate e blocchi di ghiaccio fabbricati nelle „jazere“. Limitati a settentrione dalla valle del Reka/Timavo,  a sud dal Matarsko podolje/Valsecca di Castelnuovo e ad ovest dal Carso Triestino, non superano gli 820 metri d’altezza. Trovandosi però in un punto geografico particolare, rappresentano, come li definì il grande naturalista e speleologo G. A. Perko, nativo di Volosca, una regione piena di contrasti, grandi sbalzi di temperatura, molto diversificata dal punto di vista della vegetazione e soprattutto notevolmente interessante in quanto a idrologia.

3[2]                                                            Strati di arenaria sul fondo della valle di Padež

1[2]                                                 Il Reka, nel suo viaggio verso le grotte di S. Canziano

I colli sono infatti costituiti prevalentemente da marne e arenarie, che l’erosione ha inciso profondamente, formando tutta una serie di valli, percorse, per la natura impermeabile del suolo, da una fittissima rete idrica. A settentrione, tutti i torrenti diventano tributari del Reka, mentre sul versante sud s’inabissano in varie valli cieche, al margine del Podolje, in prevalenza lungo il punto di contatto con il calcare.  Nella parte rivolta ad est, per arginare le piene improvvise del Reka, gli sbarramenti dei torrenti Mola e Klivnik hanno dato origine ai laghetti omonimi, diventati delle ottime riserve di pesca. In un simile ambiente umido prosperano varie specie di rane, che durante l’anno compiono la migrazione d’andata e ritorno dalle acque verso le aree boschive melmose dove s’ibernano nel fango per trascorrere al riparo la stagione invernale. I punti critici sono infatti contrassegnati da segnali stradali alquanto inconsueti, allo scopo di allertare chi sta al volante, soprattutto se non risiede nel territorio e non è quindi a conoscenza del singolare fenomeno.

2[2]                                                                               Segnale di avvertenza: occhio alle rane!

Ai Brkini io sono di casa, perché ci vivono, in alcune fattorie, i miei parenti acquisiti. Col mio compagno d’avventure ne percorro da anni le splendide foreste, molto spesso dopo aver dato una mano nella raccolta delle mele, appartenenti a varietà molto antiche, dai frutti eccezionali come sapore e proporzioni e  generate da piante che non hanno assolutamente bisogno di alcun trattamento chimico. Nella folta vegetazione boschiva è ormai difficile distinguere le specie autoctone da quelle piantate dall’uomo, ma una simile misticanza è del tutto eccezionale e salta immediatamente agli occhi. Non ricordo infatti d’aver visto altrove tante specie arboree convivere in una tale armonia: faggi, roveri, pini neri e silvestri, pecci, larici, carpini, olmi e frassini si alternano ai pascoli e ai coltivi dando vita a un paesaggio da fiaba, dove parecchie „domačije“ conservano ancora l’antica struttura architettonica costituita da giganteschi blocchi d’arenaria marrone.

Alla stupenda fioritura primaverile degli alberi da frutto segue la rigogliosa crescita delle erbe dei prati; a luglio, l’odore del fieno falciato si espande nell’aria mai troppo afosa, mentre all’inizio dell’autunno, sul ricco suolo del sottobosco, proliferano funghi di innumerevoli specie che gli abitanti continuano a raccogliere e ad essiccare al sole ottobrino, secondo una tradizione vecchia di secoli.

Tra le numerose valli, quella di Padež è una tra le più sperdute; attraversata dall’omonimo torrente che confluisce nel Reka, è popolata, per la grande umidità del fondo, da un gran numero di libellule. Tre robusti (e alquanto agguerriti) pastori del Carso vi custodiscono un grosso gregge di  mucche e parecchi cavalli allo stato brado. Oltre il crinale, esattamente ai piedi del versante opposto, presso il paesino di Slivje  sorge invece uno tra i tanti gioielli del Carso ipogeo, oggetto di una suggestiva leggenda locale, che lo designa quale antro del diavolo. Si tratta della Jama Dimnice o Grotta del Fumo, che per la sua inaccessibilità è stata esplorata appena nel 1904, proprio dal Perko, all’epoca socio del Club Touristi Triestini.

7[2]                                                                                                                I due Ciclopi

6[2]                                                                                                               Latte di grotta

È una struttura sotterranea sviluppata su due livelli, uno dei quali fossile e quindi privo di attività idrica, per una lunghezza complessiva di 6 chilometri e profonda circa 130 metri, collegata all’esterno tramite due giganteschi inghiottitoi. Come per altre grotte analoghe, il suo nome deriva da un particolare fenomeno, ben visibile soprattutto d’inverno. Il gradiente termico tra l’aria esterna fredda e quella relativamente calda della grotta innesca infatti un flusso dal pozzo delle Velike a quello delle Male Dimnice, da cui l’umidità condensata fuoriesce sotto forma di vapore.

9[2]                                                                                        Il torrente nella zona vadosa

8[2]                                                                                                 Mammelloni sul fondo

Sul fondo della galleria inferiore, peraltro assolutamente attiva,  scorre un torrente che viene successivamente inghiottito nella valle cieca di Velike Loče e poi continua nel sottosuolo fino ad unirsi alle acque che nutrono la sorgente del Risano. Il fatto  è stato confermato da un tracciamento con fluorescina eseguito nel 1909, ribadito poi da ulteriori studi compiuti dal 1986 al 1987.

L’ingresso in grotta si effettua seguendo un sentierino a spirale lungo le pareti del pozzo maggiore, profondo circa quaranta metri, che sembra proprio la bocca degli inferi; esso è tuttavia popolato da una flora particolare, abbastanza rigogliosa per la forte umidità, nonostante l’inversione di temperatura e l’aumento dell’oscurità che si avvertono scendendo. Non esiste illuminazione elettrica, per cui ci si deve munire di lampade a pile o a carburo.

10[2]                                                                Concrezioni prodotte dall’impatto da splash

Purtroppo, parte della grotta è stata alquanto danneggiata durante la seconda guerra mondiale, quando le truppe tedesche costruirono nella galleria vadosa, ovviamente per scopi militari, un sistema di captaggio ed approvvigionamento idrico per le loro truppe, inserendovi anche un circuito elettrico necessario al funzionamento delle pompe. Tuttavia, soprattutto nella parte attiva della cavità, dove l’acqua percola incessantemente, si possono ammirare, oltre ai due giganteschi pilastri denominati Ciclopi, tutte le possibili formazioni solitamente citate dai manuali di speleologia. È proprio qui che il mio passo rallenta per osservare gli anemoliti pendenti dal soffitto, leggermente inclinati per il flusso d’aria e soprattutto le cortine e le vele, simili a drappeggi alabastrini traslucidi. In alcuni punti, mi colpisce per il suo estremo biancore,  il caratteristico latte di grotta che riveste mammelloni, colonne e pareti. Questa particolare sostanza pastosa è in realtà dovuta alla deposizione di acqua soprassatura contenente sali minerali (per lo più calcite), che cristallizza formando la caratteristica pellicola di rivestimento. In alcuni punti, su detriti subsferici, l’impatto da splash dà veramente l’idea del dinamismo che sta creando strutture analoghe alle perle di grotta.

Nella penultima sala, denominata Kitajska/Cinese dalla particolare forma di una diga di concrezione, rimango ancora una volta stupefatta osservando ciò che la natura è in grado di creare.

Le giornate sono ancora brevi per cui si esce dall’antro col buio pesto. Dalla cima del pozzo, le luci evanescenti dei faretti sulle teste dei visitatori sembrano tante minuscole lucciole nell’oscurità della notte.

11[2]                                                                                                     La Muraglia cinese

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